In fondo, questa è l’Italia – Viaggi tra i vini, oltre i social

di Kristy Wenz Kristy’s Wine Travels, 10 maggio 2026

Siamo orgogliosi di condividere la traduzione italiana dell’articolo che la wine writer americana Kristy Wenz ha dedicato all’Irpinia e a Donnachiara nella sua newsletter Kristy’s Wine Travels. Un racconto sentito e appassionato, nato dalla sua recente visita in cantina e nel cuore verde della Campania, che porta la nostra terra, le nostre uve autoctone e la storia della nostra famiglia all’attenzione della comunità internazionale degli appassionati di vino. Buona lettura.

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Sotto i riflettori

Regione vinicola della settimana

Ho molto da raccontare sulla regione DOC Campania, di cui ho già parlato brevemente in passato (e che ho visitato la scorsa settimana). Ma oggi voglio concentrarmi su una delle sue cinque province, Avellino, e sulla sua area vitivinicola: l’Irpinia. Avellino è la provincia più interna della Campania, a circa 50 chilometri a est di Napoli, e viene giustamente definita il « cuore verde della Campania ». Dopo la visita della scorsa settimana, direi che la definizione è azzeccata. Caratterizzata da un territorio montuoso e da quote elevate, Avellino ospita la DOC Irpinia e le sue tre rinomate e autonome DOCG: Taurasi (rosso da Aglianico), Greco di Tufo (bianco da Greco) e Fiano di Avellino (bianco da Fiano). Esiste inoltre una sottodenominazione della DOC Irpinia: Campi Taurasini DOC (rosso da Aglianico).

Adagiata ai piedi degli Appennini, l’Irpinia ha un clima continentale temperato dall’altitudine e dall’ombra pluviometrica creata dalle montagne, anche se le quattro stagioni sono ben distinte, con le gelate primaverili e le piogge autunnali tra le sfide costanti. Le varietà autoctone beneficiano di significative escursioni termiche giornaliere e di una lunga stagione vegetativa, con la vendemmia che si svolge generalmente in ottobre e novembre. I suoli sono prevalentemente calcarei, con depositi di argilla calcarea e affioramenti di zolfo: a differenza del resto della Campania, qui l’influenza vulcanica è minima.

Cantina della settimana

Immersa in un paesaggio remoto e suggestivo dell’Irpinia, nei pressi del paese di Montefalcione, Donnachiara è una cantina a guida femminile e multigenerazionale, dedicata alle uve autoctone del territorio con uno sguardo rivolto alla modernità, allo stile e alla distribuzione internazionale. Oggi è guidata da Ilaria Petitto, quarta generazione, elegante e dal temperamento appassionato, ma la storia comincia ai tempi delle due guerre mondiali, quando la sua bisnonna Chiara Mazzarelli Petitto dedicò la vita a tenere in vita i vigneti sulle terre di famiglia. La madre di Ilaria, anch’essa Chiara, ha fondato la Cantina Donnachiara nel 2005 come tributo alla nonna — un modo per dire che il suo lavoro non era stato vano. Mentre Chiara sviluppava il marchio, costruiva la cantina e cominciava a esportare i vini, sua figlia Ilaria lavorava come avvocato e viaggiava in tutto il mondo, senza alcuna intenzione di tornare in Irpinia. Ma, su insistenza della madre e dopo aver visto come l’amore della sua bisnonna per quella terra potesse essere condiviso in tutto il mondo, Ilaria è tornata, pronta a mettere il suo fiuto manageriale e la sua impronta internazionale al servizio dell’azienda di famiglia.

Da quando ha preso le redini nel 2015, Ilaria ha lavorato senza sosta perché i vini esprimano con eleganza sia il vitigno sia il terroir, perché il marchio sia riconosciuto e rispettato, e perché la storia della sua famiglia e i suoi vini raggiungano una rete di distribuzione capillare. I risultati parlano da soli: premi Gambero Rosso, una posizione nella Top 100 di Wine Spectator e l’ingresso da Total Wine negli Stati Uniti, tra gli altri. Adesso sta puntando sull’enoturismo internazionale, unendo viticoltura, vino, arte e ospitalità come modo per mettere in mostra la terra di famiglia, il patrimonio e la passione per la condivisione di ciò che amano: vini ottenuti da viti gestite in regime biologico, piantate sulle colline ventose di Montefalcione, Tufo e Lapio tra i 400 e i 600 metri di altitudine, su suoli di argilla e tufo. Niente ricette. Niente formule. Solo il meglio di ogni annata.

Il mio giudizio: questi vini sono indiscutibilmente raffinati ed eleganti — espressione del paesaggio naturale dell’Irpinia e dell’unicità dei vitigni, ma anche chiaramente pensati per un mercato internazionale più ampio. E non è una cosa negativa: è una scelta premiata e vincente. Lo dico soprattutto per chiarire che i vini Donnachiara sono diversi dalla maggior parte di quelli che ho assaggiato del territorio, molti dei quali mostrano una rusticità più « old world ». Qualcuno potrebbe sostenere che queste differenze rappresentino un livello qualitativo diverso, e in alcuni casi può essere vero, ma personalmente credo che a volte sia anche una questione di stile e di interpretazione. Onestamente, mi piacciono entrambi i poli — raffinato e rustico — soprattutto quando si tratta di Aglianico.

E sui vini di Donnachiara non ho dubbi. Ho trovato i bianchi espressivi, complessi e con buona predisposizione all’invecchiamento — in particolare il loro « cru » del Fiano aromatico irpino, Esoterico, del quale abbiamo assaggiato le annate 2025, 2013, 2008 e 2007. Ogni annata di questo vino sbocciava nel bicchiere, una sintesi in continua evoluzione di luogo, bellezza e, soprattutto, dell’essenza stessa del Fiano. E se è stato difficilissimo staccarsi da quel 2007, è il Aletheia Greco di Tufo Riserva 2024 a essere rimasto nel mio bicchiere per tutto il pranzo. Era cremoso, vivace, erbaceo, sospinto da una mineralità eterea, e quasi impossibile da posare — specialmente in abbinamento alle verdure fresche di stagione arrostite alla perfezione. Per fortuna, la maggior parte di questi vini, compresi il Fiano e il Greco, è facilmente reperibile negli Stati Uniti, quindi non perdeteli. Quanto a ciò che mi sono portata a casa, beh, è stato il Taurasi DOCG 2021 premiato con i Tre Bicchieri. Proprio non riesco a smettere con l’Aglianico.

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In breve

L’Aglianico è una delle viti autoctone più antiche d’Italia. Le sue uve hanno buccia spessa, maturano tardi e si ritiene siano imparentate sia con la Syrah sia con il Teroldego. Richiede molto sole e dà generalmente vini intensi, con una struttura tannica importante, acidità elevata e livelli alcolici medi. I vigneti del Taurasi DOCG si trovano in gran parte sopra i 400 metri, con alcuni dei siti migliori situati anche più in alto. Per esperienza, avendo assaggiato negli ultimi anni qualcosa come duecento Taurasi, posso dire che pur risultando a tratti decisi a causa dei tannini, questi vini non danno mai una sensazione di eccessiva pesantezza, grazie all’acidità. Detto questo, con questi rossi da lungo invecchiamento conviene mettere in tavola qualcosa di buono.

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Sul momento

Dopo la degustazione e il pranzo in cantina Donnachiara, in Irpinia, sono riuscita a rubare un momento al nuovo enologo consulente del progetto, Marco Giulioli, per scambiare quattro chiacchiere sulla sua tecnica per « domare » l’Aglianico di cui sopra senza tradirne l’essenza distintiva e il carattere sfumato.

In sintesi, la tecnica adottata da Marco in vendemmia è quella della estrazione minima. Nella vinificazione in rosso, il mosto delle uve macera con le bucce durante la fermentazione: è questo passaggio a dare struttura e colore al vino. In questa fase è tipico effettuare « follature » o « rimontaggi » — operazioni che servono a rilasciare l’anidride carbonica che si forma sotto il « cappello » di bucce risalito in superficie e, allo stesso tempo, a estrarre più colore e tannini. Nel caso dell’Aglianico, vitigno fortemente tannico, Marco limita queste operazioni. Vuole estrarre dalle bucce il meno possibile.

Di norma il processo di fermentazione può durare dai 10 giorni a diverse settimane — a seconda dei lieviti utilizzati, delle temperature e così via — e le bucce restano in macerazione con il mosto finché i lieviti non hanno consumato tutti gli zuccheri e il vino è diventato secco. È a quel punto che il vino viene svinato, le bucce vengono pressate e il rosso che ne deriva viene trasferito in un contenitore per l’affinamento. Marco, invece, sta sperimentando tempi di macerazione differenti. In altre parole, a seconda di come lui e il suo team valutano il vino in termini di struttura, corpo, profumi e gusto, può decidere di togliere le bucce dal mosto prima che la fermentazione sia conclusa, lasciando che il vino la completi senza di esse. È una questione di osservazione maniacale, di attenzione al dettaglio e di moltissimo lavoro in più (per non parlare delle pulizie aggiuntive), perché la decisione può cambiare nel giro di poche ore. Una volta ha persino tolto le bucce per diverse ore, per poi reintrodurne una quantità minore al fine di ottenere l’equilibrio che stava cercando.

E sì, lo so, è enologia un po’ nerd. Da ex addetta di cantina, ammetto di esserne affascinata, e Marco è esattamente il tipo di voce da cui amo imparare. È un enologo esperto, dal forte approccio sensoriale, e il Taurasi DOCG e il Taurasi DOCG Riserva parlano da soli. Donnachiara è in buone mani.

* * *Un sentito ringraziamento a Kristy Wenz per la sensibilità, la cura e la passione con cui ha raccontato il nostro territorio e la nostra famiglia. Articolo originale (in lingua inglese) disponibile a questo link:

“This is Italy After All” — Kristy’s Wine Travels, 10 maggio 2026

Newsletter Kristy’s Wine Travels: kristyswinetravels.substack.com

© 2026 Kristy Wenz. Traduzione italiana a cura di Donnachiara, pubblicata a scopo divulgativo nell’ambito della rassegna stampa, con citazione e link alla fonte originale.